Che c'è di nuovo? Il capitolo 3 è stato finalmente revisionato e chiuso...ora è il 4 che ristagna, o meglio io ci ristagno sopra...
Perchè c'è una parte che proprio non ne vuole sapere di funzionare! Che si fa in quesri casi? Un colpo di spugna e via daccapo...inutile insistere, se nn va nn va!
Scritto da:
Lilithx77x alle ore 23:51 |
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riflessioni,
aggiornamenti
Belle novità...almeno per noi e Silf...diciamo che è un periodo proficuo ^^
Il capitolo 1 e 2 si sono finalmente chiusi! Letti, riletti, scritti e corretti fino alla nausea, sono stati 'archiviati' per nn essere più ripresi in mano fino a che nn avremo scritto la parola 'fine'...
Pers sostiene che la causa del mio nuovo 'slancio creativo' sia la fine del mio periodo zen...Uddio, nn che sia durato a lungo...nn farsi turbare, lasciare che le cose scivolino...nn fa per me...nn sono io! No no...
In effetti nuovi progetti ( di cui nn sto a parlare qui perchè me ne dilungo ampiamente sul
mio blog ) si sono profilati all'orizzonte, nn appena ho abbandonato la fase zen per rituffarmi, senza farlo apposta, nella solita confusione emotiva, tra scoppi d'ira e urlate furibonde...chissà...
Piccolo aggiornamento: ho aggiunto un link, si tratta di
Maybe to Dream, sito di cui sono entrata a far parte dello Staff, e progetto di
DreamingLilith, per raccogliere i lavori di scrittori, fumettisti, grafici, musicisti, artisti o aspiranti tali...
La mano di Arcas scese ad impugnare la scure che fino a quel momento giaceva abbandonata ai suoi piedi. – Dite pure a vostro padre che Arcas lo stratega ha da tempo abbandonato definitivamente l’esercito Imperiale e desidera solo essere lasciato in pace insieme a sua nipote. Ed ora andatevene – intimò aumentando la stretta sulla scure – prima che la vostra testa prenda il posto di uno di questi tronchi. –
La risolutezza del giovane principe vacillò di fronte alla minaccia, ma non furono tanto le parole a toccarlo quanto il fuoco che vide accendersi negli occhi dell’uomo che lo fronteggiava senza alcun timore apparente.
Forse avvertendo il nervosismo del suo cavaliere, il cavallo si agitò, nitrendo girò su se stesso e arretrò di qualche passo. Christopher si voltò a guardare Silfìde, rivolgendole un cenno del capo. – Tornerò domani. – Affermò – Con la speranza che la notte vi porti il suo consiglio. – Poi si allontanò per tornare a raggiungere i suoi uomini sulla collina.
Aveva deciso di ritirarsi, almeno per il momento, per concedere loro il tempo di riflettere sulle sue parole ma il giorno seguente con le buone o con le cattive li avrebbe condotti nella Capitale.
Raggiunse i suoi uomini e il piccolo gruppo sparì oltre la cresta della collina.
In breve tempo il cavaliere li raggiunse, arrestando il proprio cavallo a pochi metri dalla capanna.
- Vi saluto valoroso Arcas - proclamò con voce altisonante dopo che si fu tolto l’elmo rivelando la giovane età e l’inconfondibile colore dei capelli che contraddistingueva tutti i membri di sesso maschile della famiglia imperiale, un traslucido biondo pallido così chiaro da sembrare bianco.
– E anche voi mia Signora. – Aggiunse rivolto a Silfìde che, sconcertata dall’improvvisa comparsa dei cavalieri era rimasta immobile accanto alla soglia di casa.
- Il mio nome è Christopher – proseguì senza smontare da cavallo ed osservando la giovane donna - secondo figlio di Titos il Grande, Imperatore di Altairex. Il nostro amato sovrano vi conosce, Silfìde, e mi ha mandato da voi con un preciso compito: condurvi a Palazzo il più presto possibile. -
Una breve pausa di silenzio seguì quella che più che una richiesta risuonò come un ordine.
Attonita Silfìde rimase a fissarlo, senza riuscire a formulare alcuna risposta sensata di fronte all’improbabile desiderio dell’Imperatore di vederla, di vedere proprio lei che non si era mai allontanata dalla immobile tranquillità di Seares…
Ma la cosa che più la colpì fu sentir pronunciare il proprio nome dal cavaliere che era venuto a cercarla per conto del Sovrano.
- Mia nipote non vi seguirà al castello. – Rispose Arcas in maniera risoluta.
Lo sguardo del cavaliere si fece duro - Stratega – aggiunse il Principe serrando la mascella – Mio padre comprende i vostri timori, ma non si tratta di una richiesta, quanto piuttosto di un ordine. Siate ragionevole e non rifiutate o mi costringerete a condurvi con la forza. –
Oggi nessun passo avanti con il racconto, ma ci tengo a ringraziare anche qui
Azzurra per le belle parole che ha speso per Silfìde e per averne
postato una parte sul suo blog.
Ha scelto la prima descrizione di Silfìde, la prima volta che appare agli occhi del lettore, sotto lo sguardo del nonno e attraverso i suoi ricordi...
Riparandosi con una mano gli occhi dal sole Silfìde lo salutò e Arcas rispose con un cenno del capo, nascondendo dietro un breve sorriso la tenerezza che, di fronte ai cambiamenti della nipote, non voleva lasciar trapelare. Sollevò nuovamente la scure calandola con precisione al centro di un tronco. Seguirono diversi colpi ben mirati e in breve tempo ai suoi piedi i grossi tronchi di legno furono ridotti in pezzi sufficientemente piccoli da accendere il fuoco per la sera. Quando fu soddisfatto del proprio lavoro Arcas si fermò mentre Silfìde, che aveva colmato a grandi passi la distanza che la separava dalla capanna ed era ormai a pochi metri da lui, lo chiamò a gran voce per attirare la sua attenzione.
Arrivandogli di fronte lasciò cadere il cesto che trasportava, raddrizzò le spalle e alzò il mento poi, battendosi il petto con la mano chiusa a pugno a simulare il saluto dei guerrieri dell’Imperatore che Arcas le aveva insegnato, inspirò profondamente e con tutto il fiato che aveva nei polmoni urlò – Ai suoi ordini Signore! – Scoppiando un istante dopo in una risata cristallina.
Arcas scosse il capo rassegnato.
- Silf, non imparerai mai ad avere rispetto per gli anziani. – La rimproverò deponendo la scure accanto al cumulo di legna.
- Da brava, entra in casa ora. – Continuò sciogliendosi dall’abbraccio in cui Silfìde lo aveva stretto.
La giovane raccolse il cesto e si diresse verso la porta d’ingresso, ma l’ombra che vide dipingersi sul volto del nonno mentre guardava verso la collina la fece fermare e ritornare sui propri passi.
Da oltre la collina era comparso un cavaliere, montava un imponente cavallo da guerra dal manto candido ed era seguito da una decina di cavalieri.
Gli uomini si avvicinavano velocemente al ruscello che scorreva al centro della vallata e proseguiva attraversando Seares.
Gli ultimi raggi del sole morente conferivano bagliori rossastri alle loro armature e, anche se ancora piuttosto distanti, Arcas riconobbe distintamente il vessillo che portavano e che annunciava la loro appartenenza all’esercito Imperiale.
I cavalieri si fermarono ad un centinaio di metri da Arcas e Silfìde, poco prima del vecchio ponte di legno che attraversava il ruscello, e tra loro solo l’uomo che sembrava guidarli continuò ad avanzare. Arcas si domandò cosa li avesse spinti fino a quella remota parte del Regno, mentre in cuor suo andava crescendo un sinistro presentimento: che il momento tanto temuto stesse ora avvicinandosi?
Silfìde non aveva mai conosciuto i propri genitori. Aveva sempre vissuto con il nonno, padre di sua madre, nella capanna ai margini della Foresta dei Monoceros, poco distante da Seares.
Sin da piccola non si era mai dimostrata socievole e non aveva mai desiderato giocare con gli altri bambini del villaggio, trascorreva invece le sue giornate girovagando senza meta per la Foresta, suscitando ripetuti rimproveri da parte del nonno sui pericoli cui andava incontro. Ma Silfìde aveva sempre sostenuto fermamente che là non c’era nulla da temere per lei, e che tutti gli animali che dimoravano tra quegli alberi secolari l’avrebbero protetta, se fosse stato necessario.
Anche se era solo una bambina, dimostrava in questa sua convinzione una particolare caparbietà che a lungo andare aveva convinto Arcas a rinunciare a proibirle di recarvisi.
Così Silfìde era cresciuta libera, completamente immersa nel potere della natura e a contatto con le sue creature che amava profondamente come se fosse, come loro, parte di quel mondo sconosciuto e precluso agli uomini che lei al contrario sembrava conoscere da sempre.
Gli anni trascorsi l’avevano però cambiata, trasformandola dalla bambina che amava ascoltare le storie raccontate dal nonno prima di addormentarsi nella bellissima donna che adesso era. Ma qualcosa di quella bambina solitaria dimorava profondamente radicato in lei e traspariva a volte dall’espressione fanciullesca dei suoi occhi viola, dallo sguardo ingenuo e dal sorriso che si apriva sul viso incorniciato da una lunga massa di capelli, neri come la più scura delle notti senza luna. Era quella parte di lei che le faceva rifuggire tutte le frivolezze che solitamente interessavano le ragazze della sua età, come intrecciarsi i capelli con profumati fiori appena colti, rispecchiarsi nelle acque dei ruscelli ammirando i propri cambiamenti o confezionare nuovi abiti cercando di valorizzare la propria bellezza, rendendola per gli abitanti di Seares un vero e proprio mistero.
Silfìde si occupava invece di Arcas, come lui si occupava di lei, aiutandolo in ogni lavoro riuscisse a fare e seguendo le lezioni che ogni giorno lui le impartiva, perché avrebbe dovuto sapersi difendere quando lui non sarebbe più stato lì a proteggerla, così il nonno le ripeteva sempre, istruendola sin da quando era poco più che una bambina sull’uso dell’arco e della spada.
Silfide si esercitava con entusiasmo e ostinazione anche negli esercizi più difficili riuscendo a suscitare lo stupore di Arcas di fronte a tanto impegno.
L’incontro
Passarono nove anni da quella notte.
Il caldo sole di giugno risplendeva sul villaggio di Seares, riscaldando la piccola vallata tra le colline in cui sembrava pigramente adagiato in quella estate calda che era cominciata troppo in fretta.
Faceva da naturale cornice alla distesa verdeggiante la Foresta dei Monoceros che si stagliava poco distante dall’abitato e, assecondando il giorno che volgeva al termine, proiettava dalla fitta boscaglia lunghe ombre brune.
Alcune nubi grigiazzurre marchiavano il cielo, forse avrebbero portato la pioggia nella nottata.
La scure si abbatté con precisione sul ceppo di legno di fronte ad Arcas, separandolo in due parti pressoché identiche che caddero con un tonfo sordo ai suoi piedi. L’uomo ne prese un altro. Ripeté gli stessi gesti per tre volte, poi si fermò. Strofinò l’avambraccio sulla fronte per detergersi il sudore e un breve sospiro gli sfuggì dalle labbra. Posò l’accetta e stese le braccia verso l’alto, stirando i muscoli della schiena, affaticati dal lavoro fisico cui si era sottoposto.
Alle sue spalle l’ombra della vecchia capanna dal tetto quasi completamente ricoperto di muschio gli forniva un parziale riparo dalla calura del sole del pomeriggio ma, dovette ammettere a se stesso, iniziava a sentire il peso degli anni, anche se, con determinata ostinazione, proseguiva nei suoi allenamenti ogni giorno, per mantenersi in forma e soprattutto per insegnare a sua nipote la nobile arte della guerra alla quale il suo passato era strettamente intrecciato. Egli infatti era stato per lungo tempo al servizio dell’Imperatore e, prima di ritirarsi alla vita solitaria che ora conduceva, le sue abilità di guerriero e stratega erano conosciute in tutte le terre di Altairex.
La decisione di abbandonare l’Imperatore era stata difficile, ma necessaria, eppure il ricordo di quella che ora gli sembrava un’altra vita, aveva radici profonde nel suo cuore, silenzioso compagno che mai lo abbandonava e che a volte, come in quel momento, faceva sentire la sua voce, rammentandogli gli anni di gloriose battaglie a cui aveva partecipato.
Il ronzio di un’ape lo distrasse dai suoi pensieri e per qualche istante lasciò vagare lo sguardo sulla piana erbosa che si apriva davanti ai suoi occhi e si trasformava in lontananza in un dolce declivio.
L’insetto si posò delicatamente sulla lama della scure posata sul terreno.
L’estate era alle porte e la natura si era risvegliata completamente dal lungo sonno. Ci sarebbe stato molto lavoro da fare per lui e Silfide nei prossimi mesi: la loro piccola abitazione aveva bisogno di riparazioni, il tetto doveva essere rinforzato per poter resistere alle nevicate del prossimo inverno e la dispensa doveva essere riempita di carne secca e conserve.
L’ape riprese il volo e, dopo aver ronzato attorno alla testa di Arcas, scomparve velocemente in direzione della Foresta. Seguendo con lo sguardo il volo della creatura, l’uomo intravide una sagoma umana emergere dal fitto degli alberi.
Silfide stava davvero crescendo, constatò mentre ormai interamente illuminata dalla luce del sole la nipote si avvicinava alla capanna, portando con sé un cesto in cui aveva riposto le erbe medicamentose alla ricerca delle quali Arcas l’aveva inviata.
Nei suoi pensieri rimaneva una bambina, ma il tempo passava così velocemente, conducendo lui verso il tramonto della sua vita e facendo sbocciare la giovinezza in fiore di lei.
Arcas ripose con cura la pergamena, deponendola nello scrigno di legno intarsiato che egli stesso, molti anni prima, aveva costruito. Poi tornò a sedersi accanto al fuoco mentre la sua nipotina di otto anni lo fissava estasiata spalancando i suoi occhioni viola, e gli chiedeva con la sua vocina delicata:
- Nonno, perché non finisci di raccontarmi la storia? Per favore, continua! Io non ho sonno, e voglio sapere cosa è successo quando sono entrati nel castello.-
- Non posso - rispose il nonno – Lo sai, questa storia termina così. Nessuno sa cosa accadde. Ed ora, Silf, è già buio ed è tempo che tu vada a dormire. Così dicendo prese la nipote tra le braccia e la portò nella sua stanza.
- Buona notte piccola. E sogni d’oro. - Disse rimboccandole le coperte e chinandosi per darle un bacio sulla fronte – Magari la prossima volta potresti essere tu a raccontarmi come andò a finire- Aggiunse sorridendo.
- Va bene nonno – rispose imbronciata la nipote prima di augurargli la buona notte e cercare di addormentarsi in fretta per vivere nei suoi sogni le avventure della giovane guerriera di cui chiedeva sempre al nonno di narrarle la storia.
"Era una notte buia e tempestosa, una di quelle notti che portano a credere che la fine del mondo sia prossima, una notte in cui le forze della natura scagliano contro la terra tutto il loro immenso potere.
Un fulmine squarciò il cielo, illuminando il viso della giovane guerriera e del suo compagno. Camminavano da molte ore sotto la pioggia che continuava a cadere sulla foresta, appesantiti dagli abiti bagnati e dalle armi che trasportavano e la fatica cominciava a farsi insostenibile. Il giovane sfiorò leggermente il braccio della ragazza, rafforzando poi di poco la stretta, lei alzò gli occhi per guardarlo in viso. Si fissarono per alcuni istanti, come cercando di infondersi coraggio l’un l’altra, ma nessuno dei due parlò. Poi tornarono a volgere lo sguardo sul sentiero che stavano percorrendo, in silenzio, fino a quando raggiunsero la loro meta.
La donna alzò gli occhi verso il castello che si ergeva di fronte a loro, maestoso ed imponente gigante di pietra, e lo guardò con timore.
Se fossero riusciti ad entrare non sarebbero più potuti uscirne. Di questo erano entrambi consapevoli.
In quel momento una voce che sembrava provenire dalle stesse viscere del castello lì chiamò ed essi, come ipnotizzati, avanzarono verso il ponte levatoio abbassatosi lentamente per permettere loro di oltrepassare l’immenso portale di ferro battuto che dava accesso a quella macabra dimora..."
Scritto da:
Lilithx77x alle ore 14:51 |
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